L'inugurazione della piscina del Littoriale - di Andrea Villa

Seconda parte

 

Visto che ormai era chiaro che la morte sopraggiunse sia per la coltellata che gli aveva reciso l’arteria addominale, che per l’acqua bevuta che gli aveva bloccato i polmoni.

Ma chi fu?

E soprattutto perché?

Cosa aveva mai fatto quell’uomo per avere subìto una fine così terribile e improvvisa?

La famiglia composta da moglie e due figli, di cui uno ancora piccolo, rimase senza l’introito del capo macchinista e si trovò in gravi difficoltà economiche; fu aiutata dai dipendenti delle Ferrovie dello Stato che procedettero ad una colletta, inoltre la Direzione delle Ferrovie consegnò alla moglie il rateo maturato della liquidazione, in tutto furono duemila lire, non molto per tirare avanti ma, insomma, erano abbastanza per non morir di fame.

In più il Direttore della Stazione di Bologna promise alla vedova, considerato l’ottimo stato di servizio di Ermanno Bonaccorsi, di assumere il figlio appena questi avesse compiuto quattordici anni.

Ne aveva dodici, ancora due anni da aspettare, intanto il ragazzino faceva l’aiutante da un meccanico di automobili vicino a casa, dalle parti del Pontelungo, in Via Berretta Rossa.

Aveva finito anche lui, come il padre, le scuole elementari.

Ma non aveva dato l’esame di ammissione per l’accesso alle scuole superiori né si era iscritto all’avviamento professionale.

Preferì trovare un lavoro.

Il Prefetto chiamò il capo della Polizia e gli chiese come procedevano le indagini.

Il capo della Polizia, un siciliano trasferitosi a Bologna per far carriera, disse che non era facile rintracciare tutti i partecipanti alla manifestazione in quanto l’invito era libero e aperto a tutti, così come si era letto nella stampa cittadina due giorni prima dell’evento.

Qualche persona era stata riconosciuta, per lo più atleti o ex atleti; si sarebbe proceduto poi ad interrogarne qualcuna ma anche lì non sarebbe stato facile perché, saputa la cosa dalla stampa, le persone avrebbero trovato degli alibi per non dire che erano state presenti alla manifestazione.

Si doveva procedere con le testimonianza dei presenti, non c’era altro modo per andare avanti e le probabilità di far luce sull’omicidio erano poche.

Infine il capo della Polizia riferì al Prefetto che un addetto alle pulizie durante il suo turno alle 4 del mattino aveva trovato, nel mezzo di un mucchio di rami potati, lungo la strada nei pressi dello Stadio, un coltello che sembrava a tutta prima quello che aveva ucciso Bonaccorsi.

C’erano delle tracce di sangue.

La polizia stava già procedendo ad esaminarlo.

Il Prefetto lo salutò augurandogli buon lavoro ma soprattutto lo esortò ad accelerare le indagini perché il fascismo non doveva né poteva essere inquinato da assassinii di matrice senz’altro bolscevica, in quanto il Bonaccorsi era in divisa.

E quindi si voleva colpire la rivoluzione fascista.

Era chiaro, lampante.

Il Prefetto disse al capo della Polizia che andasse a cercare l’assassino negli ambienti ostili al fascismo, come i braccianti agricoli o gli operai delle fabbriche.

E così fu.

Furono convocate decine di persone, ma nessuno aveva mai conosciuto il Bonaccorsi, soltanto i suoi vicini di casa, che per altro non erano all’inaugurazione del Littoriale essendo gente troppo povera per partecipare alle cose da ricchi come le inaugurazioni ufficiali, sapevano chi fosse.

Gli altri presenti non sapevano chi fosse e quindi che motivo avevano di ucciderlo?

Le persone che furono contattate successivamente, dopo il fallimento della ricerca dell’assassino fra i nemici del regime, appartenevano a tutti i ceti sociali, anche alto-borghesi , in quanto il nuoto era diventato una disciplina sportiva "di moda".

Il perfetto fascista doveva essere un super-uomo con muscoli ben tonici e fisico asciutto e snello.

Chi, più dei nuotatori, poteva rispecchiarsi a questo stereotipo?

Fra gli altri fu individuato: Bruno Serra titolare di un negozio di Sali e Tabacchi, con la licenza per vendere anche il chinino, medicina obbligatoria da prendere con sé per chi avesse dovuto andare nelle colonie Libiche.

Serra, tornato dalla prima guerra mondiale con tre medaglie al valor militare per i suoi atti di eroismo in guerra, era fra gli Alpini Arditi con Italo Balbo, aveva partecipato alla Marcia su Roma nel 1922 e avrebbe potuto rimanere a Roma come consigliere particolare di Balbo (quarto quadrumviro assieme a Bianchi, De Bono, De Vecchi); aveva un fisico da atleta ed era anche abbastanza ricco.

Invece ritornò a Bologna perché il padre, titolare della rivendita di Sali e Tabacchi in Via San Felice si ammalò gravemente e quindi lui dovette sostituirlo nella gestione del negozio.

Questa era la scusa ufficiale.

In realtà le malelingue spettegolavano che Serra aveva il vizietto di fiutare troppa cocaina (che allora si vendeva regolarmente nelle farmacie) ma soprattutto che amasse di nascosto … un ragazzo con il quale si incontrava di sera lungo certe strade nascoste del centro per poi andare in qualche alberghetto di cui conosceva il padrone e che riteneva essere persona riservata.

Il padrone non doveva poi essere tanto riservato se queste cose vennero alla conoscenza di molte persone; nessuno però fiatava perché c’era il rischio di essere presi a manganellate dalla milizia fascista.

Quindi nessuno diceva nulla, questa cosa veniva solo sussurrata soltanto in privato tra amici fidati.

Ma perché Serra avrebbe dovuto uccidere Bonaccorsi? Che motivo valido aveva? Forse Bonaccorsi era al corrente del suo vizietto e lo ricattava (chiedendogli soldi) minacciando di dirlo sia allo stesso Balbo sia agli amici Miliziani, che lo avrebbero conciato per le feste?

Ecco, forse un movente avrebbe potute esserci, "tirandolo" un po’, come si dice in gergo.

L’attenzione della polizia, successivamente, si pose sulla figura di Aurelio Monduzzi, ragioniere contabile presso una piccola azienda di Bologna e appassionato di nuoto, tanto da trascorrere tutte le domeniche mattine nella nuova piscina coperta di Ferrara, costruita prima di quella di Bologna, per gareggiare con gli amici.

Costui aveva una moglie molto carina che forse trascurava un po’ troppo.

Ermanno Bonaccorsi, in divisa da Miliziano con i gradi da capo-manipolo, era dotato di un fascino che non sfuggiva a chi cercava qualcosa che in casa non aveva.

Giravano voci che si trovassero, Bonaccorsi e la moglie del Monduzzi, nei pressi dei Giardini Margherita, lui di ritorno da una qualche manifestazione fascista, lei uscita dalla Messa delle dieci e trenta. Facevano in tempo a far un po’ di tragitto assieme, poi entrambi sparivano, ciascuno di loro prendeva una strada diversa ma ritornavano a farsi vedere, distintamente, un’ora dopo; la moglie di Monduzzi ritornava a casa alle tredici, e Bonaccorsi scendeva dal tram che lo portava a casa all’una passata .

Il marito, cioè il Monduzzi, ritornava da Ferrara verso le tredici e trenta e non faceva attenzione a quest’ora di "vuoto" tra la fine della Messa (undici e trenta) e il ritorno a casa della moglie, tenuto conto che abitavano in una piccolo fabbricato appena dentro porta Castiglione (quindi il tragitto a piedi sarebbe stato coperto in dieci minuti al massimo).

Forse qualcuno, probabilmente una beghina che abitava vicino al Monduzzi e che vedeva la moglie uscire e rientrare da casa, lo aveva avvisato.

E forse Monduzzi una domenica, invece di andare a Ferrara, rimase a girellare attorno alla Chiesa spiando i due complici.

Se avesse veramente pedinato non si sa, ma dove andavano lo si poteva scoprire bene perché si infilavano, disgiunti, in un portone di una casina isolata di cui il Bonaccorsi aveva le chiavi.

Cosa fanno due persone di sesso diverso, non sposate fra loro, da sole, in una casa indipendente entrando ognuno per conto proprio?

Ma un coltellata al Bonaccorsi fino ad ucciderlo non sta in piedi, magari la coltellata la poteva dare a sua moglie (allora vigeva il delitto d’onore e quindi se la sarebbe cavata con poco).

Forse.

O forse no, preferiva uccidere il rivale… e tenersi il bocconcino.. che poi non usava.

Più o meno nello stesso periodo in cui successe questo affaraccio nella piscina del Littoriale, alle carceri dei Grandi (in quanto alloggiate a Palazzo de’ Grandi) di Forlì il bandito Raffaele Donato, napoletano d’origine ma romagnolo d’adozione fu ucciso appena uscito dalla prigione da una banda di quattro persone che sparì dopo averlo lasciato a terra moribondo.

Raffaele Donato aveva trascorso gli ultimi anni prima del carcere a Bologna abitando presso una stamberga dalle parti di Via Fondazza.

Zona abitata da poco di buono, da mariuoli e bandituzzi come il Donato.

Donato taglieggiava le persone, nel senso che si faceva pagare affinché non si sapesse in giro che il Tizio amoreggiava segretamente con la Caia e così via.

Il mercato era fiorente, allora, in quanto gli adultèri venivano consumati ma guai a pubblicizzarli, altrimenti addio tranquillità familiare e così via.

Molte persone gli pagavano anticipatamente "l’onorario" , dopodiché lui seguiva di nascosto le coppiette e poi faceva la spia.

Si diceva però che ultimamente questo lavoretto non lo facesse più, essendosi introdotto in altri settori del commercio (sempre illecito e malavitoso); quale che fosse l’altro settore non era dato a sapere. Tuttavia la polizia qualche indizio lo aveva, perché il Donato aveva parlato con un collaboratore di giustizia, come si direbbe adesso, ma allora si chiamavano spioni (della Polizia), che frequentava le osterie e le bettole dove le persone come il Donato bivaccavano quando non erano impegnate nei loro lavoretti poco corretti.

Si trattava di una cosca malavitosa di cui però non si sapeva chi fosse il capo.

Era una sorta di scatola cinese o meglio, le persone si conoscevano ma solo a compartimenti stagni. Non sapevano chi ci fosse dentro al "giro" superiore a loro.

Nemmeno la Polizia lo sapeva.

Raffaele Donato morì dissanguato da otto coltellate e qualsiasi fosse il movente dell’assassinio sembrava proprio un regolamento di conti.

A Bologna il tempo scorreva, aldilà di questi eventi che fecero parlare la gente e i giornali (si era già nel 1927), con i ritmi dell’economia prettamente agricola.

La città aveva da tempo perduto la prerogativa di capitale dell’industria della seta, qualcuno aveva spifferato (fregandosene della condanna a morte ben pubblicizzata nei bandi del Comune appiccicati alle pareti delle case e degli edifici Pubblici) fuori dalle mura i segreti della costruzione delle macchine e la tecnica di lavorazione per la produzione della seta.

Così altre città si proposero in questo fiorente mercato e probabilmente spuntarono prezzi migliori per cui Bologna perse il primato nel settore della seta.

Dal punto di vista della industria tessile, era stato perso un primato se non europeo sicuramente italiano. Era tuttavia rimasta, vista la grande presenza di canali che attraversavano il territorio bolognese, l’industria molitoria e della lavorazione del riso.

I piccoli salti che i canali facevano nell’attraversare la città davano la forza motrice per macinare molto grano e molta quantità di riso (anche se le macine erano diverse, il procedimento era sempre lo stesso) e quindi l’economia industriale della città si reggeva anche con queste piccole ma frequenti attività nel territorio.

Ma chi la faceva da padrone vero nella ricchezza delle persone e nel commercio era l’agricoltura.

La campagna che circondava il territorio bolognese era molto vasta e tutta coltivata e abitata.

Era divisa in tenute: ogni tenuta era composta da due o più poderi, ogni podere era occupato stabilmente dai contadini in regime di mezzadria, una famiglia per ogni casa; tanto che un modo per censire la popolazione era quello di contare i camini delle case (ve ne era sicuramente uno per ogni casa) gli edifici che contenevano i camini si chiamavano "fumanti".

 

Tanti fumanti, tante famiglie.

Era un modo rapido ed efficace.

Nella campagna c’erano le stalle, ma il commercio dei vitelli, delle vacche, e la macellazione dei medesimi (non quella dei suini) avveniva in città, a Bologna.

Il commercio delle vacche avveniva al Foro Boario (attualmente Viale Oriani) e le macellazioni dei vitelli presso il Macello Municipale a porta Lame e nei dintorni.

Era un via vai continuo da quelle parti, arrivavano i poveri vitelli dalla campagna accompagnati dal contadino che già li aveva venduti ad un macellaio che tutti gli anni andava a trovarlo per acquistare al miglior prezzo i vitelli appena nati (il denaro andava al padrone, poi avrebbe fatto i conti con il contadino, ed era sempre il rappresentante del padrone, cioè il fattore, a presenziare alle attività e alle trattative).

I soldi ai contadini servivano a poco, quasi esclusivamente per comperare i mobili necessari ad allestire la camera da letto di un qualche figlio o figlia che si sposava. Letto e armadio, tutto qui. Ma i falegnami si facevano pagare con i soldi, non con galline e capponi.

E quindi bisognava avere almeno un poco di soldi, ma erano sempre troppo pochi .

Per il resto vivevano, cioè mangiavano e bevevano e qualche volta si divertivano senza soldi. Un’economia un po’ particolare. Per chi si ammalava, o si moriva subito o si campava, ma tutto avveniva in casa.

A Bologna qualche decennio prima, verso al metà del 1800 (nel 1864) , c’era stata la storia della "Causa Longa" , un processo penale che vedeva coinvolte tante persone, alcune delle quali maggiorenti cittadini o delle campagne limitrofe; il capo d’accusa era l’asservimento ad una cosca, ora si direbbe mafiosa, che con raggiri, truffe e assassinii terrorizzò la popolazione, ci scappò inoltre anche l’assassinio di un poliziotto mandato dal governo piemontese.

IL processo durò molto tempo, più di dieci anni e alla fine fu condannato un capo della Balla delle "Scarpe di Ferro" (un’organizzazione di facchini) tal Pietro Ceneri che dopo essere stato condannato ai lavori forzati a vita scappò e si rifugiò in Sud America, poi lo riacciuffarono in Perù.

Fu condannata anche una donna del popolo tal Maria Mazzoni.

Tanti però supposero che la sentenza non rispecchiasse la realtà, perché inizialmente nel mirino degli inquirenti c’erano anche persone altolocate che poi, nel successivo processo, furono lasciate stare (tutti assolti).

L’organizzazione in realtà esisteva veramente, ma così tante assoluzioni, senza alcuna condanna, di persone altolocate, faceva supporre che ci fosse una specie di intesa tale da non voler sporcare i blasoni delle famiglie cosiddette " per bene".

I dubbi quindi rimasero e alcune persone importanti, seppur non condannate, vennero ricordate ai posteri per esser state coinvolte nella "Causa Longa"; e così quello che non poté la giustizia ordinaria poté il "venticello" della calunnia.

In queste dicerie fu coinvolto un tal Manservisi – commerciante bolognese con possedimenti nell’alto Appennino, sopra a Porretta - che vendette un villino di caccia sopra le colline di Casalecchio ad Alfredo Testoni, un famoso commediografo bolognese che trasformò la proprietà in una villa di prestigio dotandola anche di una bella scala elicoidale sul prospetto e di un giardino ornamentale.

Testoni poi dovette vendere obtorto collo la villa ad un ricco commerciante di canapa i cui eredi ancora oggi ripetono il ritornello che Testoni comperò la Villa Lubbia (così si chiama ancora oggi la villa) da un tal Manservisi che era stato coinvolto nella "Causa Longa".

Non si sa bene cosa avesse fatto questo signorotto Manservisi (pare che facesse ufficialmente il sarto) che per altro fu assolto completamente da qualsiasi accusa tuttavia, dopo più di cento anni, si ricordano di lui per via dell’ipotetica appartenenza alla "Causa Longa".

Un marchio peggio di quelli di Caino, chissà cosa c’era sotto….

E’ con questa storia alle spalle che la Bologna del popolo, al tempo dell’inaugurazione della piscina del Littoriale, si trastullava per canzonare i ricchi o gli alto borghesi ( "va là che il suo nome era in quelli della Causa Longa"!, Era il ritornello che veniva ripetuto fra le chiacchere del popolo per sputtanare una persona) . Si vede però che la costruzione di questo fantomatico gruppo di probabili banditi ebbe successo perché, trent’anni dopo le sentenze definitive, si creò un altro stretto connubio fra persone di diversi ceti sociali e che i poliziotti, attraverso gli spioni nei locali malfamati, riuscirono solo a supporre, ma senza avere delle prove tangibili per istruire un processo e accusare persone.

C’era sempre un referente che doveva riferire ad un altro referente, costui poi non sapeva chi fosse il capo e così via.

E anche all’incontrario: veniva distribuito denaro dall’alto al basso senza che si sapesse da chi fosse arrivato.

Per che cosa i mariuoli lo sapevano, perché qualcosa di illegale avevano pur fatto, se non altro avevano spiato le abitudini di alcune persone, direttori di banche o avvocati celebri o altri professionisti famosi e ricchi; per fare questo lavoro e riferirlo a quello che lo aveva richiesto arrivavano dopo poco i soldi. Ma cosa poi fosse fatto a queste persone spiate non era dato a sapersi ufficialmente.

Nulla trapelava e niente era scritto nella cronaca cittadina riguardo le persone spiate.

Gli "spioni" che la Polizia usava come informatori (attualmente si chiamerebbero collaboratori di giustizia) erano ex carcerati che, non potendo più lavorare nel campo del malaffare in quanto ben controllati dai poliziotti , guadagnavano qualche soldo con le "soffiate".

Ma i banditi ancora in "auge" fiutavano quei personaggi lì, che bivaccavano nelle osterie e non facevano niente (nel senso di lavoretti poco ortodossi) e a loro non riferivano nulla delle loro attività.

Quindi la Polizia brancolava nel nulla.

Le morti di Bonaccorsi e del bandito Donato non avevano un movente apparentemente collegabile, quindi gli inquirenti seguivano o tentavano di seguire, si potrebbe dire così, due direzioni diverse.

Ci fu, contemporaneamente a questi casi, un episodio che destò stupore, più per il personaggio che per l’avventura che gli era capitata.

Il Rag. Medardo Monti, direttore della Filiale del Credito Romagnolo di Via Ugo Bassi era solito arrivare al lavoro, alla mattina in sella ad una motocicletta: una moto tedesca, una DKW di 500cc di cilindrata, una bella moto, altroché, che faceva distinzione. Il prezzo d’acquisto era concorrenziale a quello di una vettura di marca, in occasione (cioè usata).

La parcheggiava nel cortile interno alla Banca e lì la ritrovava quando alle 18.30 ritornava a casa.

Più o meno in quei giorni in cui ci furono le due morti del Bonaccorsi e del bandito Donato, il Rag. Monti stava concludendo un’importante operazione bancaria; l’assegnazione di un sostanzioso mutuo ad una famiglia importante bolognese che voleva intraprendere una iniziativa imprenditoriale nell’ambito della filiera dell’alimentazione e delle bevande alcoliche; i rappresentanti di questa famiglia offrirono come pegno due palazzi storici nel centro di Bologna e le tenute nel territorio ferrarese.

Il valore dei beni ipotecati (soprattutto i poderi) valeva ben di più della somma richiesta, tuttavia sull’interesse che la Banca volle applicare al mutuo ci furono molti mugugni; speravano, i signori, di avere un’attenzione particolare e cioè almeno due punti in meno dell’usuale interesse passivo.

Non ci fu verso, la banca volle applicare il 4,5%, valore che fece ribollire il sangue ai futuri imprenditori.

Dentro a loro c’erano anche le nuove leve delle famiglie, soprattutto i mariti delle figlie che erano ben più spregiudicati degli suoceri.

Insomma, la sera della stipulazione del mutuo con il notaio di fiducia della Banca presente, al direttore Rag. Monti venne in mente che la sua moto, nel cortile, sarebbe rimasta chiusa dentro perché alle 19 il portiere chiudeva i cancelli di entrata e non avrebbe badato al fatto che c’era la moto parcheggiata. Era già capitato, il portiere era distratto e zac, la moto rimaneva dentro al cortile e il Monti doveva raggiungere la propria abitazione fuori porta Mazzini, in Via Ernesto Masi, con l’autobus e con l’angustia che qualcuno andasse attorno alla moto durante la notte, (fatto altamente improbabile perché il cortile della banca era chiuso bene da un cancello in acciaio).

Ma l’ansia, si sa, non applica la teoria delle probabilità, e così il Rag. Monti non dormiva di notte quando capitavano quelle (rare) disattenzioni fra lui e il custode della Banca.

Quella sera il direttore, non potendosi assentare, incaricò un usciere del palazzo (persona affidabilissima) a portare la moto fuori dal cortile e parcheggiarla nella strada chiamata Via de’ Giudei in quanto molti anni prima quella zona era il ghetto ebraico della città.

L’usciere montò in sella, inserì la chiave e diede il colpo alla pedivella della messa in moto.

Successe un pandemonio.

La moto, dopo un grande boato, prese fuoco e per fortuna che nel serbatoio c’era poca benzina perché altrimenti il povero usciere sarebbe stato ridotto ad un brandello umano; già così si ustionò il viso e le braccia e fu portato immediatamente all’ospedale, la prognosi non fu infausta ma ci vollero parecchi giorni di ricovero per guarirlo e inoltre le cicatrici gli rimasero per tutta la vita.

Chiese l’invalidità permanente.

L’atto notarile non fu portato a termine e si rimandò tutto di qualche giorno; durante questo periodo però, i rampolli delle famiglie signorili ci ripensarono e non vollero più stipulare con il Credito Romagnolo.

Si rivolsero altrove, strappando un tasso meno caro, la Banca era una Banca Privata il cui proprietario andava a caccia con i rampolli e frequentava i loro circoli.

Ma non aveva un buon nome; qualcheduno, successivamente, tirò fuori un vecchio dossier dove in un‘altra città questa persona era stata condannata per frode.

Ma allora non c’erano le comunicazioni così immediate e questa notizia rimase in sonno per molto tempo.

Il Rag. Monti non ebbe pace perché non capì che cosa era successo alla sua moto, che era sempre stata perfetta; i meccanici dissero che c’era stato un guasto nell’alimentazione della benzina dentro al carburatore; si erano intoppati gli ugelli e la benzina era uscita dal serbatoio.

La scintilla della pedivella aveva provocato immediatamente il fuoco e la poca, per fortuna, benzina rimasta nel serbatoio fece scoppiare il tutto.

Moto distrutta, motociclista tramortito (e per fortuna).

Ma lì non ci doveva essere l’usciere bensì il direttore Rag. Medardo Monti.

Fu quello che il Monti pensò tutte le notti seguenti non riuscendo più a dormire dopo quell’incidente.

E era andata anche bene perché, per caso, aveva il serbatoio quasi vuoto, se fosse stato pieno l’eventuale motociclista sarebbe saltato per aria come un fuscello.

Gli ugelli del carburatore non potevano essersi chiusi improvvisamente, qualcuno era intervenuto e ciò significava che qualcuno era molto arrabbiato contro di lui.

Ma chi era?

Medardo Monti aveva dei sospetti ma non disse nulla alla Polizia quando andò a denunciare il fatto.

Disse che non sapeva di persone che ce l’avessero con lui.

Mentì.

Non poteva non mentire.

Il funzionario della Polizia che prese in consegna i reperti dell’omicidio del Bonaccorsi osservò attentamente il coltello tramite il quale l’assassino uccise il capo manipolo; il funzionario aveva il cognato macellaio e ebbe un’illuminazione: a che cosa serviva quel coltello così lungo e appuntito? Non era certo un coltello usuale e chiamò il cognato a vederlo (non poteva far uscire questo importantissimo reperto dalla custodia della Polizia); il cognato sentenziò che quello era un coltello che serviva ad uccidere i maiali e lo avevano solo i norcini i quali, quasi tutti, li acquistavano a Imola presso una ferramenta che li importava dall’Austria.

Erano coltelli che servivano per uccidere gli ungulati (camosci, cinghiali) e i maiali.

Il capo della Polizia recepì un po’ seccato questa storia (seccato perché avrebbe dovuto essere lui per primo a interessarsi del tipo di coltello), tuttavia mandò un ispettore a Imola al negozio che vendeva quel tipo di coltelli.

Il titolare del negozio ammise di avere venduto lui il coltello in questione-praticamente li vendeva tutti lui - ma non si ricordava a chi poi prese in mano la lama, la soppesò, guardò il manico e vide i segni delle dita del proprietario sull’osso del manico, c’era qualcosa che non andava, i conti non tornavano, i segni non combaciavano con le sue dita ma non perché le sue dita fossero più sottili ma proprio non c’era corrispondenza fra il palmo della sua mano e le impronte delle dita sul manico del coltello.

Poi ebbe l’illuminazione, il proprietario di quella lama era mancino!

Soltanto così tutto tornava, le dita della sua mano sinistra sul manico combaciavano con i segni che si erano prodotti afferrando con molta forza il coltello per tagliare la giugulare ad un maiale, operazione che richiedeva una forza enorme, perché bisognava che il taglio avvenisse in un unico movimento altrimenti il maiale non moriva subito, rischiava di scappare e perdere molto sangue e il sangue era importante perché con quello si facevano i sanguinacci e nel sangue bollito si cuocevano i "ciccioli" in dialetto i "grassu" che venivano venduti a un ottimo prezzo.

Quindi il taglio doveva essere profondo potente e fatto con mano ferma, il maiale si chinava e poi lentamente, molto lentamente, perdeva prima i sensi e poi la vita, ma intanto il sangue cadeva uniformemente dentro un contenitore d’acciaio che era stato messo apposta sotto alla giugulare.

Chi era un po’ impressionabile era meglio non assistesse a queste operazioni che non finivano qua perché continuavano con lo squartamento della bestia morta avendola prima appesa per i piedi.

I poliziotti chiesero al negoziante di Imola se conoscesse dei norcini mancini, lui rispose di no ma c’era un posto in Romagna, a Lugo, dove si riunivano tutti i norcini prima delle operazioni sui maiali che avvenivano dopo la metà di gennaio e continuavano fino a Pasqua.

Poi ognuno tornava ai propri mestieri: chi aveva il negozio di salumeria (i più), chi aiutava un parente in campagna, chi invece campava facendo lavori occasionali tra cui anche il pescatore di frodo alle valli o bracconiere di selvaggina ricercata sull’Appennino.

Si trovavano, tutti, dopo il primo dell’anno da "Chilone" a Lugo.

Così disse il venditore di coltelli da norcino a Imola ai poliziotti.

Quando la polizia suonò all’Osteria da "Chilone " a Lugo, erano le undici del mattino e l’aiuto cuoca che andò ad aprire, non sapendo nulla, disse che il ristorante era ancora chiuso, si apriva alle dodici in punto.

La Polizia allora si presentò come tale e chiese del titolare.

L’aiuto cuoca andò in cucina e chiese dove fosse Chilone (cioè il titolare); le dissero che era appena tornato dal mercato e stava vuotando dei cesti di frutta che aveva comperato.

Gli fu sussurrato all’orecchio che c’era la Polizia che lo cercava.

Ebbe un sussulto e lo sentirono pronunciare: " ‘e burdel !".

Achille Rossi detto Chilone (da Achillone poi Chilone) era alto un metro e novantotto (cioè due metri meno 2 centimetri) pesava centoventi chili, aveva mani lunghissime e affusolate e un paio di baffi a manubrio da esibire, quindi aveva a tutti gli effetti un portamento da uomo da parata; infatti durante il servizio militare, era stato chiamato nei Corazzieri del Re.

Quando si presentò ai Poliziotti aveva il cuore che batteva forte, molto forte.

Il figlio (‘e burdel) cioè Luigi Rossi aveva avuto qualche intemperanza giovanile di troppo ed era dovuto scappare, non solo da Lugo ma anche dall’Italia.

Lasciando una moglie e una bambina piccola.

Le ultime notizie lo davano a Parigi .

E che cosa può pensare un povero padre con un figlio in questa situazione che si vede la Polizia in casa ?

Vuoi che pensi ad una storia di un coltello da norcino trovato alla piscina del Littoriale di Bologna?

Quando Chilone seppe e soprattutto fu in grado di capire tutta la storia del coltello ebbe un rimbalzo emotivo tale per cui stava per scagliarsi contro questi due poliziotti per far capire che a lui di cose come queste non gliele fregava niente e che non dovessero più disturbarlo per queste fessaggini (non pensò nemmeno di parlare del figlio, in quanto intuì che, quei due, del figlio non sapevano nulla).

Riuscì a mantenere la calma e, soppesando il coltello disse subito che sì, era di un mancino, e l’unico norcino mancino che lui conosceva era " ‘e gevel " cioè Nullo Bagnara che veniva dall’Appennino Tosco-Romagnolo, e in particolare da Marradi, paese in provincia di Firenze ma ancora nel versante romagnolo della catena dell’Appennino; era chiamato " ‘e gevel " (il diavolo) perché la mano sinistra, nella religione popolare di allora era la mano del diavolo, tanto che negli asili gestiti da

religiose si faceva di tutto perché i bambini si disabituassero a usare la sinistra e quindi chi si ostinava a usare solo la sinistra non poteva altro che essere il diavolo in persona, e così nacque il soprannome di Nullo Bagnara.

Tutto ciò, cioè tutte queste notizie furono riportate al capo della Polizia di Bologna il quale continuò a barcollare nel buio.

Andiamo troppo lontano pensò: cosa ci faceva un norcino romagnolo all’inaugurazione della piscina del Littoriale? Per uccidere Bonaccorsi? Mah.

Stiamo andando troppo lontano, quel coltello sarà stato rubato, pensava il capo della Polizia, comunque una chiacchierata con il Bagnara si può fare.

Andarono a Marradi a cercare Nullo Bagnara, lo trovarono e gli chiesero informazioni sul quel coltello, lui prima tergiversò, disse che non era il suo ma poi, quando gli fecero mettere le dita attorno al manico e videro che i segni combaciavano perfettamente allora lui disse che sì, avrebbe potuto essere uno dei suoi, un coltello che aveva perso durante una fattura ad un maiale a Casola Valsenio sempre nell’Appennino Tosco Romagnolo.

La Polizia gli chiese se aveva fatto una denuncia in quanto il coltello a parte il valore economico (aveva pur sempre un manico d’osso pregiato e una lama d’acciaio ben affilata a caldo), era un’arma impropria e se qualcuno, come in questo caso, avesse commesso un reato era lui che ci andava di mezzo.

No, non c’era stata nessuna denuncia, l’aveva perduto, pazienza. Ne aveva comperato un altro , che fece vedere.

Non ci fu modo di far "parlare " Bagnara, avrebbero potuto denunciarlo in quanto il suo coltello aveva ucciso una persona, questo dissero le autorità di Polizia che avrebbero potuto arrestarlo immediatamente.

La Polizia preferì ufficialmente soprassedere dicendo al Bagnara che stesse più attento a questi coltelli perché, anche se definite improprie dal Codice Penale , erano considerate armi a tutti gli effetti.

Il Questore volle però accertarsi che il Bagnara fosse " pulito" e andò a cercare, anzi, incaricò il suo collega di Firenze di frugare negli archivi della questura di Firenze (Marradi era ed è tuttora sotto la provincia di Firenze).

Fu un’idea illuminante perché il Bagnara aveva avuto varie denunce per propaganda politica sovversiva e aveva persino trascorso qualche mese in carcere, a Forlì, perché fu trovato a distribuire foglietti inneggianti alla rivoluzione russa come vero modo di auto-governo del popolo.

Era in carcere durante la permanenza di Raffaele Donato.

Bagnara aveva a sua volta fatto una denuncia ai Carabinieri di Marradi perché suo padre era stato oggetto di una vendetta fascista, non trovando lui (cioè Nullo Bagnara) a casa, i fascisti se la presero col padre e lo manganellarono fino a rompergli la testa poi gli fecero ingoiare mezzo litro di olio di ricino, così come saluto finale.

Il padre fu ricoverato all’Ospedale, se la vide brutta, non morì ma non disse ai fascisti manganellatori dove fosse il figlio perché proprio non lo sapeva in quanto lo stesso figlio era in giro per uccidere maiali e dormiva nelle case o nelle stalle che erano distribuite lungo il tragitto della sua "condotta" che andava da Marradi a Forlì e a Faenza.

Questa era già una buon motivo per mettere Bagnara sotto osservazione e così gli misero alle costole due o tre poliziotti in borghese che lo tenessero d’occhio e riferissero telefonicamente a Firenze al questore, che poi riferiva a Bologna.

Il Maresciallo Comandante la Stazione dei Carabinieri di Borgo Panigale, mentre riordinava le denunce che i suoi sottoposti avevano ricevuto dai cittadini, avendo cura di leggerle tutte, ebbe un soprassalto quando lesse quella di un meccanico (ex motorista e autista nella guerra) ora titolare di un’officina, nei pressi di Borgo Panigale; il meccanico denunciò che alcune persone lo avevano assalito, mentre stava tornando a casa a piedi alla sera, e lo avevano coperto con una "capparella" e riempito di manganellate fino a tramortirlo.

Lo stupore era dato dal fatto che il meccanico Blosi Manlio (questo era il suo nome) era iscritto al Partito Fascista e ne era fiero, vantandosene con gli amici; anche i Carabinieri sapevano di questa sua preferenza.

Ma la meraviglia del Maresciallo non fu solo legata al fatto che Manlio Blosi fosse un fascista e avesse avuto lo stesso trattamento che i fascisti usavano per le loro vendette personali, ma che il trattamento usatogli fosse la famosa "capparlaza" di origine romagnola; il Maresciallo aveva sposato una romagnola e avendone frequentata la famiglia sapeva di queste abitudini risalenti ai secoli passati, per chi volesse farsi una vendetta personale.

Una chiacchierata con il Blosi avrebbe forse chiarito i dubbi del Maresciallo.

Blosi fu chiamato alla Stazione dei Carabinieri di Borgo Panigale (allora era un comune distinto da Bologna) e il Maresciallo in persona gli chiese qualche delucidazione su quella strana denuncia che aveva fatto.

"Scusi Blosi, non nascondiamoci dietro ad un dito che non servirebbe a niente. Lei è iscritto al Partito Nazionale Fascista ed ha ricevuto lo stesso trattamento che voi fascisti riservate ai cosiddetti comunisti o anarchici, ha per caso cambiato idea? E’ passato nelle file dei Comunisti o dei Socialisti? A noi risulta che lei ha rinnovato la tessera del PNF anche quest’anno, ma può avere cambiato improvvisamente idea, oppure ha fatto uno sgarbo ad una persona, diciamo così, sua collega fascista? In entrambi i casi bisogna che lei sia sincero con noi perché ciò che lei ha denunciato non sta in piedi, dovrebbe esistere un precedente che noi non sappiamo. Se vuole che i Carabinieri si mobilitino per ricercare coloro che l’hanno bastonata deve collaborare con noi, altrimenti archiviamo questa denuncia, ma sappia che poi la terremo sotto controllo e non ci sfuggirà nulla di quello che lei fa."

Blosi rispose che non sapeva nulla di quello che gli aveva richiesto il Maresciallo, anzi a pensarci bene riteneva giusto ritirare la denuncia perché non serviva niente denunciare un maltrattamento fisico, era inutile, non sarebbero riusciti a scoprire mai niente.

Erano persone che lui non conosceva, li avrebbe forse riconosciuti dalle voci ma era una parlata che non era usuale alla sua e lui era coperto quindi in faccia non ne vide nessuno.

Ritirò la denuncia e si avviò verso la officina, poi però a mente fredda gli venne in mente quello che disse il Maresciallo ("la terremo sotto controllo e non ci sfuggirà nulla di quello che fa") . Si sarebbe sentito braccato e quei lavoretti che faceva alla notte gli fecero venire un senso di ansia tremendo.

Se era vero che lo tenevano sotto controllo avrebbero potuto scoprire i giretti che faceva di notte con il camion per andare a trasportare merce da un comune all’altro senza far pagare il dazio ai proprietari.

Lui sapeva le stradine alternative e si faceva pagare abbastanza bene.

Alla fine del mese si ritrovava in tasca un discreto gruzzolo in più che gli consentiva di affrontare la vita in un modo più tranquillo piuttosto che dovere aspettare che i proprietari dei camion e di auto, pochi per la verità allora, andassero da lui per le riparazioni.

Era un doppio lavoro ben remunerato.

Però se doveva affrontarlo con in testa il tarlo che sarebbe stato sotto il controllo dei Carabinieri non avrebbe avuto la tranquillità necessaria per eseguirlo.

Aveva paura, gli venne l’angoscia; passò una notte insonne e quando giunse l’alba decise che sarebbe ritornato dal Maresciallo e gli avrebbe raccontato tutto ( tutto quello che in realtà non aveva raccontato il giorno prima).

E così fu.

Raccontò che aveva prestato il camion un paio di volte ad un manipolo di fascisti che andavano a "regolare dei conti " con persone che non si comportavano bene; disse proprio così: "persone che non si comportavano bene" . Poi disse una cosa che fece tremare i polsi al Maresciallo: quando era chiuso nella "capparella" e lo stavano bastonando, lo immobilizzarono e gli fecero "sentire" la punta acuminata di un coltello nel collo, volevano sapere chi era a capo di quel manipolo di fascisti che avevano picchiato un vecchio a Marradi qualche giorno prima.

Non sapeva nemmeno dove fosse Marradi, ma sapeva che c’era un ferroviere, iscritto al partito, che gli aveva chiesto un paio di volte il camion, appunto per punire le persone che "non si comportavano bene"; il nome del ferroviere, vollero sapere quei manigoldi che lo tenevano legato e gli puntavano il coltello sulla giugulare, chi era? Ermanno Bonaccorsi, ecco chi era il capo del commando di fascisti che avevano ridotto in fin di vita il padre di Nullo Bagnara.

Ermanno Bonaccorsi era così che si era guadagnato i gradi di capo –manipolo.

Il Maresciallo raccolse queste informazioni non mostrando, esternamente, alcuna emozione, verbalizzò tutto, salutò e ringraziò il Blosi sperando in cuor suo che non prestasse più il camion a facinorosi fascisti.

Sapeva dell’omicidio del Bonaccorsi all’inaugurazione della piscina del Littoriale, gli era arrivata la comunicazione, riservata personale (così c’era scritto sopra ) dal Comando Brigata dei Carabinieri di Bologna, nel documento c’era scritto che se avesse avuto informazioni relative al delitto le comunicasse immediatamente al Comandante della Brigata.

E così fu.

Il Maresciallo si avviò subito verso il Comando della Brigata situato a Bologna, nella zona centrale, il Comandante non c’era ma a sostituirlo c’era l’aiutante Maggiore Ten. Col. Rossini, il Maresciallo gli fece vedere il verbale firmato dal Blosi che denunciava, certo indirettamente, per la morte di Bonaccorsi i parenti o gli amici del tizio che era stato mezzo ammazzato a Marradi.

Il tizio si chiamava Bagnara Emilio, e aveva un figlio unico Bagnara Nullo che faceva il norcino quando la stagione lo permetteva (cioè da gennaio ad aprile) altrimenti aiutava un amico nella gestione di una macelleria a Brisighella, qualche chilometro al di sotto di Marradi ma già in provincia di Ravenna.

Qualche giorno dopo si trovarono a Forlì i rappresentanti delle Istituzioni Militari (Polizia, Carabinieri,) incaricati di seguire le indagini dell’omicidio di Ermanno Bonaccorsi .

Si stava aprendo uno spiraglio.

La Polizia passò la pratica delittuosa ai Carabinieri, così volle il Questore di Bologna, poi si sarebbero di nuovo riuniti gli investigatori per far il punto della situazione.

Venne risolto subito un mistero: come facevano i bastonatori del Blosi a sapere che il camion che trasportava i fascisti picchiatori a Marradi fosse il suo? Chiamarono Il Bagnara padre al commissariato di Forlì; lui vi arrivò con molta fatica avendo ancora nel corpo i segni della feroce bastonatura; non fecero cenno al trattamento fatto al Blosi e gli chiesero se avesse avuto qualche sospetto sulle persone che lo avevano così maltrattato; lui rispose ovviamente di no ma poi disse che quando il camion se ne era andato trasportando "i malandrini" (disse proprio così: "i malandrini "e del resto come dargli torto) lo straccio che copriva il numero di targa posteriore si staccò dal retro del cassone del camion e apparvero per un attimo i numeri della targa e lui, mezzo tramortito, anzi quasi del tutto tramortito, fra l’altro con l’intestino incontrollabile a causa dell’olio di ricino, riuscì a scriverli con un dito sulla ghiaia della strada dove era riverso prima che la moglie lo aiutasse a sollevarsi per poi chiamare un amico, al podere vicino, che lo portasse all’ospedale, dove, quando arrivò gli trovarono due costole rotte, un trauma cranico e un polso rotto.

La targa la moglie la ricopiò in un foglio quando il marito poté dirglielo, lei andò e trovò sulla ghiaia una sigla e quattro numeri: BO 3765.

La moglie però, non sapendo né leggere né scrivere, trascrisse malissimo questi segni tanto che dopo, quando fece vedere al cugino di Nullo, Stelio, il foglio (Nullo non c’era era a "fatturare" un maiale verso Faenza), lo stesso Stelio volle tornare all’abitazione dello zio per cercare di capirci meglio; e così fu, la targa del camion era quella.

Da lì a rintracciare il proprietario fu un gioco da ragazzi perché i mezzi dotati di targa hanno il proprietario rintracciabile alla motorizzazione o alla prefettura.

Ma cosa aveva fatto Bagnara Nullo? Perché volevano la sua testa? O meglio la sua pelle?

Gli informatori che segretamente avevano seguito tutte le mosse di Nullo Bagnara si erano accorti che, quasi segretamente, accertandosi cioè che nessuno lo seguisse, tutte le sere dopo cena andava presso un’abitazione dove, per entrare, dava tre colpi alla porta, così da essere riconosciuto.

Quando poi usciva chiudeva bene la porta in modo che non si vedesse cosa stavano facendo dentro.

Questo fu raccontato al Maresciallo della Stazione di Marradi, il quale tramite ruolo gerarchico informò il Comandante della Brigata Carabinieri di Bologna.

La cosa più semplice sarebbe stata quella di farsi dare un mandato di perquisizione da un giudice e vedere cosa facessero e cosa ci fosse di così nascosto dentro a quella casa, i tempi sarebbero stati piuttosto lenti la fortuna però aiutò i Carabinieri in quanto una sera Nullo Bagnara uscì da questa casa con un rotolo di carte in mano, un rotolo abbastanza grosso ma non si riusciva a vedere cosa ci fosse dentro a quel rotolo.

Bagnara con passo celere si avviò verso casa e velocemente inserì la chiave nella toppa ed entrò chiudendo dall’interno con il catenaccio.

Gli informatori, che poi erano Carabinieri anch’essi, telefonarono il giorno dopo a Firenze per sapere cosa dovevano fare e fu loro detto di mettersi in divisa e chiedere di entrare perché qualche persona aveva denunciato un furto e il ladro sarebbe entrato in quella casa lì.

Era una bugia bella e buona, ma qualche volta anche i Carabinieri usavano questi pretesti per accelerare quelle operazioni che altrimenti avrebbero subìto una fase di ferma per avere il permesso dal magistrato, dando il tempo ai sospettati di scappare o di fare sparire della roba.

Così fu, infatti la mattina dopo alle otto i due Carabinieri si presentarono in divisa dal Bagnara e gli esposero la versione , falsa, di alcuni fatti che erano successi nel paese di Marradi; era necessario perquisire la casa perché la persona che aveva denunciato il furto, che consisteva nei gioielli di famiglia che teneva nel cassettone della camera, era anziana e aveva avuto un malore che la stava portando all’altro mondo, questo fu riferito al Bagnara.

Il Bagnara sul momento rimase perplesso, chi poteva essere quella vecchia che teneva i gioielli di famiglia in un cassettone se erano tutti poveretti gli abitanti del paese?

Chi mai aveva gioielli?

I Carabinieri gli risposero che questo non era affar suo, c’era stata un denuncia e loro dovevano fare il loro lavoro di investigatori per acciuffare il ladro.

Ovviamente Bagnara si difese dicendo che lui non era un ladro e che non aveva preso niente da nessuno, eccetera eccetera; intanto che lui si lamentava e protestava, uno dei due Carabinieri trovò il mannello di carta che cercavano e platealmente disse: "sono per caso infilati qui dentro quei gioielli"? e cercò di svolgere la matassa di carta; Bagnara si buttò sull’uomo e lo spinse via aggredendolo

sia verbalmente che fisicamente; entrambi i Carabinieri gli furono addosso e nacque una colluttazione molto intensa, finì quando uno dei due Carabinieri riuscì a estrarre la pistola dalla fondina e sparò in aria minacciando al prossimo colpo di sparare a Bagnara.

Questi si fermò lanciando occhiate furiose ai due e nel frattempo l’altro Carabiniere, quello che non aveva la pistola in mano, tirò fuori le manette che mise subito a Bagnara.

Caricarono Bagnara in macchina, sempre con la minaccia della pistola sul collo, e lo portarono in Caserma assieme a quel mannello di carta che lui aveva così tanto difeso.

Sarebbe stato il via di una rivoluzione bell’e buona: tutti i compagni, così c’era scritto nei volantini trovati dentro al plico, dovevano trovarsi muniti di spranghe, bastoni, picconi e forconi alle 7 del mattino del 25 ottobre davanti alla Caserma di Artiglieria di Forlì e a furor di popolo con il grido di Viva la Rivoluzione Italiana, Viva il popolo sovrano, avrebbero forzato il cancello di entrata e sarebbero entrati a rubare tutte le armi, fucili, pistole e mitragliatrici (erano le prime mitragliatrici che l’Italia aveva in dotazione, dalla fine della prima guerra mondiale).

Bagnara fu picchiato a sangue e torturato fino a quasi morire soffocato e alla fine parlò.

Era stato lui ad uccidere Bonaccorsi per vendicare il trattamento subìto dal padre, il coltello era il suo e lo aveva buttato in un mucchio di foglie sperando che nessuno lo trovasse; sapeva che il Bonaccorsi sarebbe stato all’inaugurazione della piscina del Littoriale perché gliel’aveva detto Raffaele Donato il quale in carcere lo ricattava, voleva parecchi soldi, per avergli fatto questa soffiata. Il Donato in realtà era un informatore della Polizia Fascista infiltrato negli ambienti dei rossi, e per questo fu rinchiuso nelle carceri di Forlì, proprio per estorcere delle informazioni a Bagnara e ad altri suoi amici "rossi" incarcerati per motivi politici.

Ma gli amici di Bagnara – avendo saputo dall’avvocato difensore, anche lui in segreto sostenitore della causa della rivoluzione rossa, del bieco ricatto perpetrato da Donato a Bagnara, appena il Donato fu scarcerato lo aggredirono e lo ammazzarono a furia di coltellate.

Bagnara confessando, fece tanti nominativi e si scoprì che tanti compagni aderenti alle idee rivoluzionarie erano intellettuali che esternamente non volevano esporsi per non fare insospettire le polizie sia civili che fasciste.

Furono allertati tutti i comandi Brigata dei Carabinieri di Forlì. Firenze, Bologna e ovviamente le Questure.

Si scoprì che questa era proprio una consorteria segreta che non prevedeva comunicazioni fra i simpatizzanti se non per compartimenti stagni; ovvero, chi era alla base non conosceva i vertici e viceversa.

Per entrarvi era necessario firmare un foglio dove vi era scritto che il firmatario avrebbe combattuto per la Rivoluzione dei Proletari Italiani e qualora lo avessero chiamato avrebbe dovuto eseguire quello che gli sarebbe stato chiesto, senza se e senza ma, l’alternativa era l’uccisone dell’affiliato.

Non si doveva sgarrare alla Rivoluzione.

Al vertice c’era un manipolo di persone che comprendeva un veterinario di Piancaldoli paese sull’Appennino vicino a Marradi, due avvocati, uno di Faenza e uno di Forlì e alcuni ragionieri.

- Perché i ragionieri?- fu domandato a quelli che erano stati già presi. Risposero che quando i soldi dopo la rivoluzione sarebbero passati dai ricchi padroni, che sarebbero stati giustiziati, ai poveri, questi ultimi non sarebbero stati avvezzi a maneggiarli perché non ne avevano mai avuti in mano - allora i ragionieri sarebbero serviti a gestire il denaro per le esigenze della Rivoluzione e per quelle dei vincitori. Questa fu la risposta.

Furono presi quasi tutti, ma quando ai posti di frontiera fu spedito un fonogramma dove vi era scritto che il Monti Rag. Medardo nato a Forlì ma residente a Bologna di professione bancario non doveva uscire dall’Italia, lo stesso Monti aveva già oltrepassato la frontiera con il rapido Milano Locarno Parigi, giungendo a Parigi alle otto del mattino del giorno dopo.

Non tornò mai più in Italia.

Nullo Bagnara morì in carcere essendo stato condannato all’ergastolo per l’uccisione di Ermanno Bonaccorsi .

La Rivoluzione dei Proletari Italiani non avvenne mai.

Andrea VILLA

Giugno 2016

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